USA, 2013
Regia: Alfonso Gomez-Rejon, Michael Rymer, Michael Uppendahl,
Jeremy Podeswa, Bradley Buecker, Howard Deutch
Cast:
Jessica Lange, Sarah Paulson, Taissa Farmiga, Emma Roberts, Evan Peters, Angela
Bassett, Gabourey Sidibe, Frances Conroy, Lily Rabe, Kathy Bates, Denis O’Hare,
Jaime Brewer
Sceneggiatura:
Ryan Murphy, Brad Falchuck, Tim Minear, James Wong, Jennifer Salt, Jessica
Sharzer, Douglas Petrie
Trama (im)modesta – New Orleans, giorni nostri. La Miss
Robicheaux’s Academy for Exceptional Young Ladies è un’esclusiva scuola privata
che nasconde, in verità, una congrega di streghe, le ultime discendenti di
Salem. I tempi sono duri, le streghe, decimate dai protiettili d’argento di uomini
che danno loro la caccia, sono pochissime, governate da una Suprema, Fiona
Goode, che approfitta dei suoi grandi poteri per accrescere il suo potere e la
sua bellezza. Ma i tempi stanno maturando, una nuova Suprema sta per sorgere. E
più la nuova Suprema cresce in potere, più la vecchia si avvicina alla morte.
Ma Fiona Goode non è disposta a lasciare il trono tanto facilmente e si mette
alla ricerca dell’immortalità, intromettendosi in una vecchia resa dei conti
fra una vecchia donna immortale e la donna che l’ha maledetta: Marie Laveau, la
regina del Voodoo di New Orleans...
La mia (im)modesta opinione – No, ancora non ci siamo. Se la
prima stagione iniziava alla grande e si sgonfiava sul finale e la seconda
stagione risultava parecchio più equilibrata e si concludeva con tre episodi
grandiosi che costituivano uno dei finali più toccanti che avessi mai visto sul
piccolo schermo, questa terza stagione di American Horror Story abbassa il tono
invece di alzarlo, volta alto e poi ricade in basso, realizza un prodotto che ha i suoi momenti di indiscussa
forza ma che difetta inevitabilmente dell’energia delle prime due stagioni. La discontinuità fra pura bellezza e assoluta inutilità pare la sua legge.
Pare che il problema sia il solito, lo stesso che affligge
tutti i prodotti caratterizzati da uno stile “estremo”: la cristallizzazione
dello stile. American Horror Story è uno show fra i più trasgressivi e
controcorrente degli ultimi anni, non ha paura di giocare con il sesso, il mind
screw a cui solo Lynch ci aveva abituati, l’horror più cupo. Uno show del
genere piace per la maniera unica in cui riesce a frullare insieme gli stilemi
del proprio genere, rinfrescandoli, dando loro nuova vita. Purtroppo questo non
è quello che accade in Coven.
Specialmente dopo Asylum, mi sarei aspettato uno scavo
incisivo sui personaggi, un’inventiva fuori dal comune, un’orchestrazione
narrativa contorta ma coerente. Le mie aspettative sono state disattese. Ryan
Murphy, che pare sempre incapace di trattenersi dall’ingolfare le sue storie
con una gay campiness ai limiti dell’umano, trasforma uno show di alta qualità
in uno sciapo e vagamente trash dramma da liceo il cui unico scopo pare
ammucchiare, battuta dopo battuta, fino alla nausea, tutti i giochi di parole
che includono la parola “bitch”. È davvero questo il meglio che sa fare?
Murphy aveva annunciato che, dopo il nichilismo estremo di
Asylum, questo Coven sarebbe stato più leggero e disimpegnato. Ma c’erano mille
modi di condire una trama horror con humor nero senza rovinarla come è stato
fatto. Il ricorso ossessivo al trucchetto della risurrezione dei personaggi, la
morte e il ritorno di tutti dal regno dei trapassati, uccidono l’entusiasmo
dello spettatore, tolgono coraggio e spina dorsale a una storia che,
basicamente, può essere rappresentata come una gara fra cinque bionde
superficiali a chi è più favolosa e cattiva. Insomma, una noia mortale.
Tracollo definitivo dell’entusiasmo è l’apparizione di una
invecchiatissima, stonatissima e inutilissima Stevie Nicks, che spera,
riesumando se stessa in televisione, di riesumare anche la sua carriera. In
certi momenti mi è parso di guardare Glee, piuttosto che American Horror Story.
Dove è finito lo spavento? Dove stanno le stranezze bizzarre, le cameriere
fantasma, i fantasmi vestiti di lattice, le suore possedute dal demonio, gli
angeli della morte in tailleur nero e ali di ordinanza? Tutto scomparso, tutto
andato. Rimane solo la noia, insieme anche a una certa irritazione.
Bravissimi tutti gli interpreti, ma incredibilmente
sprecati. Tranne Emma Roberts, Angela Bassett e Patti LuPone, non c’è attore
che abbia una parte che gli competa e che si meriti. Jessica Lange fa
essenzialmente la bastarda, Sarah Paulson si piange essenzialmente addosso,
Taissa Farmiga ed Evan Peters sono spaesati, mal sfruttati. E sappiamo tutti
quanto sia bravo Evan Peters, uno degli interpreti più dotati di tutto il
piccolo schermo. Non citiamo Kathy Bates, bravissima, che solo grazie alla sua
bravura riesce a rendere un minimo
credibile uno dei personaggi peggio scritti dell’intera storia
televisiva.
Ma, come ho detto, alla serie non mancano i suoi momenti
forti. Momenti che, purtroppo, non sanno cancellare l’amaro dalla bocca. È un
po’ come se di American Horror Story si fosse conservata solo la vuota
facciata, depauperata di contenuti e profondità, privata persino dell’horror in
favore di una scadente commedia nera che, al massimo, può vantarsi di una
validissima messinscena e di ottimi interpreti, rovinati semplicemente da un
team di autori profondamente incompetente. Murphy ci rassicura, dice che la
prossima stagione tornerà sui toni foschi di Asylum.
Con le mie critiche però (è necessario che chiarifichi) non voglio comunque sminuire il valore che lo show di Murphy ha implicitamente. Per quanto incoerente e confuso, per quanto inferiore alle precedenti stagioni, Coven rimane comunque avanti a quasi tutti gli altri show, un'asticella di salto in alto posizionata oltre i limiti pensabili della televisione comune. E se suono irritato, è solo perché credo che, con materiale tanto esplosivo fra le mani, il minimo che si potrebbe fare sarebbe di valorizzarlo, renderlo entusiasmante. Coven è pieno di momenti in puro stile American Horror Story, quello che io lamento è la mediocrità e la confusione che impediscono a uno show bello come questo di assurgere a livelli di perfezione che, per altri, non sarebbero nemmeno possibili. E il finale di Asylum ha dimostrato quanto in alto possa arrivare una serie così.
Se ti è piaciuto guarda anche... – Ovviamente le prime due
stagioni, la prima, Murder House (2011), e la spettacolare seconda, Asylum
(2012). La serie di culto rimarrà comunque sempre Streghe (1998 – 2006) di Constance
M. Burge e Aaron Spelling. Per le vere streghe, quelle che Coven avrebbe potuto
citare, citiamo il classico horror Suspiria (1977) di Dario Argento, La
seduzione del male (1996) di Nicholas Hytner, il tamarro ma gustosissimo Tamara
(2005) di Jeremy Haft e il più autoriale Il mistero del bosco (2006) di Lucky
McKee.
Scena cult – L'intero primo episodio (una vera bomba), gli incipit della quarta e dodicesima puntata, il rogo della quarta puntata.
Canzone cult – La mitica Sugarland di Papa Mali, il funky
indiavolato di Dr. John in Right Place, Wrong Time e le inquietanti musichette
del cameriere fantasma Spaulding.





