sabato 24 marzo 2012

MAGNIFICA PRESENZA (2012), Ferzan Ozpetek



Italia, 2012
Regia: Ferzan Ozpetek
Cast: Elio Germano, Beppe Fiorello, Vittoria Puccini, Margherita Buy, Paola Minaccioni
Sceneggiatura: Ferzan Ozpetek, Federica Pontremoli


Trama (im)modesta – Pietro è un giovane siciliano omosessuale che sbarca il lunario di notte facendo cornetti e sogna di giorno girando di provino in provino. Si trasferisce a Roma dove compra a prezzo stracciato un vecchio e grande appartamento. Ma (originalità!) la casa è abitata da una compagnia (fantasma) d’attori trapassati all’epoca della Seconda Guerra Mondiale che gli chiedono aiuto per riottenere la libertà.


La mia (im)modesta opinione – Non ho mai amato pazzamente Ozpetek, tranne nel recentissimo Mine Vaganti, e so che questo suo ultimo film è stato definito il migliore della sua carriera. Ma se questo è il migliore non voglio immaginare i peggiori. Al di là degli straordinari interpreti tra cui spiccano il convincentissimo Elio Germano, Vittoria Puccini (che fa sempre la sua porca figura), Beppe Fiorello (ingessatissimo, ma è bravo davvero questo qua?) e i superbi Gianluca Gori e Mauro Coruzzi (in arte Platinette), il film è un accozzaglia piuttosto incoerente di personaggi e situazioni. 


Oltre alla storyline principale, infatti, Ozpetek segue altre vicende, acchiappa altri bandoli di una matassa che non verrà sciolta e pizzica spunti che lascia cadere qui e lì. Insomma, mette troppa carne al fuoco. A questo si aggiungono situazioni bislacche e incomprensibili come quella della inutile e confusa scena in cui un esercito di travestiti che cuciono cappelli (sic!) controllati da un inquietante Platinette che vorrebbe (vorrebbe?) imitare il Colonnello Kurtz di Apocalypse Now. Ora, se i contorni della scena (Platinette, le facce da galera dei travestiti, il fantastico Gianluca Gori) sono godibili, la scena stessa pare estranea all’intero contesto del film. Se a questi episodi, poi, si aggiunge una regia francamente goffa, una colonna sonora odiosa (le arpe da “sogno o son desto?” nei momenti clou, nulla di più trito e banale), larvate e impacciate velleità comiche e un intero fascio di protagonisti e scene inutili e confusionarie, si capisce che la pellicola è appesantita, farraginosa, noiosa a tratti, patetica nei suoi tentati slanci poetici e, in definitiva, le interpretazioni del meraviglioso cast (ma su Beppe Fiorello pesa ancora l’ombra del dubbio) vanno del tutto sprecate.
Un cinema autoriale che non pare nemmeno d’autore, che simula nostalgia, che vorrebbe creare suspance (ma solo a suo malgrado) e mescola tanti temi e situazioni da sembrare un minestrone scadente e tiepidino.
Inoltre la fotografia è pessima.


Se ti è piaciuto guarda anche… - Fantasmi a Roma (1961) di Antonio Pietrangeli, perché riunisce i più grandi mostri sacri del cinema italiano e perché gli anni ’60 sono stati di gran lunga la fase più stilosa della storia del nostro cinema nazionale. Stupid Teenagers Must Die! (2006) di Jeff C. Smith, perché è una vera chicca trash da film geek, perché gli spoof sono sempre stati i miei piaceri colpevoli e perché sputtana tutti gli stereotipi dell’horror anni ’80. Beetlejuice (1988) di Tim Burton, perché è una piccola gemma del macabro e soprattutto Burton è proprio un genio visivo. Questi Fantasmi (1967) di Renato Castellani, perché è un altro mix di mostri sacri e perché la commedia all’italiana (quella vera) ci manca da sempre e perché Eduardo DeFilippo, che l’ha ideata, è un vero campione della comicità partenopea.


Scena cult – Ovviamente il delirio della fabbrica dei travestiti. Autentica migliore scena peggiore di tutto il film.

Canzone cult – Non pervenuta. Solo un’imbarazzante colonna sonora dai toni così banali che più banali non si può.

venerdì 23 marzo 2012

RAMPART (2011), Oren Moverman


USA, 2011
Regia: Oren Moverman
Cast: Woody Harrelson, Ned Beatty, Ice Cube, Robin Wright, Sigourney Weaver, Steve Buscemi
Sceneggiatura: Oren Moverman, James Ellroy


Trama (im)modesta – Dave Brown è un inglorious basterd, brutto, sporco, cattivo e corrotto. Ha una famiglia (e due mogli!) che ignora e tradisce, evade le tasse, picchia i sospetti, non ha troppi scrupoli nell’uccidere. Un giorno picchia un messicano reo di aver investito la sua macchina. Lo insegue, lo pesta selvaggiamente. È ripreso dalle telecamere. L’opinione pubblica lo mette alla berlina. E qui comincia l’inesorabile caduta. Una per una le sue colpe vengono fuori, per ognuna si profila una condanna. A nulla servono le scappatoie poco lecite di Dave: l’ombra dell’arresto sembra già allungarsi sopra la sua testa.


La mia (im)modesta opinione – Un film, questo Rampart, troppo vero nel suo ruvido realismo per essere anche bello, troppo biografico nel suo ostinato accentrarsi sulla caduta (o meglio presa di consapevolezza) di un singolo, grande personaggio per preoccuparsi di avere una trama o una storia decenti. Dunque no, non mi è piaciuto affatto Rampart. L’ho trovato noioso, monotono, grigio e ripetitivo. Non bastano a salvarlo le fugaci apparizioni di una Sigourney Weaver in stato di grazia o di un pallido Steve Buscemi, che fa solo una rapidissima affacciata, per salvare il film. Non bastano gli ampi scenari conurbati  e assetati dal sole di questa Los Angeles che mai fu tanto silenziosa e borghese: il film è vuoto per il suo realismo, troppo sincero per essere artistico, troppo verosimile per essere organico, troppo normale (ma dopo aver visto questo film la normalità sarà come un insulto) per essere memorabile.


Si salva solo Woody Harrelson. Onnipresente bandito dal cuore (non poi così tanto) d’oro, non tanto angelo caduto quanto diavolo riabilitato. Con quella sua faccia dura e insolente, cotta dal sole californiano, da yankee bigotto e terricolo ci spiazza con la sua sincerità bestiale. Il personaggio è negativo, non diabolico, corrotto, non compiaciuto, violento, non sadico. Non c’è nulla in lui che possa trasformarlo in un antieroe affascinante. E forse è proprio questo l’obiettivo del regista: non affascinare, non compiacere, non appagare. Moverman ci presenta una pellicola nuda e cruda, un boccone stopposo e duro da masticare e mandare giù perché non vuole colpirci, non pensa allo spettatore. Descrive come se vedesse. Non moraleggia, non filosofa. E a volte questo è un bene, ma poi sorge un dubbio: che questo film sia gratuito. Forse lo è.


Grande è solo il carattere di Dave. Il caso di Dave Brown è il nostro caso. Il mondo che tanto velocemente sembra crollargli addosso è il nostro mondo. Dave è violento, misogino, omofobo, rozzo, puttaniere e corrotto. La corruzione è l’unico tramite che gli permette di comunicare e interagire con l’altro. La sua è una anti-morale. Quando gli si chiede ragione dei suoi crimini di odio, violenza, traffici illeciti lui risponde che non ci sono crimini, per tutto il film non fa che spergiurare di essere il poliziotto migliore di tutta Los Angeles. Una Los Angeles, a suo dire, corrotta, schifosa, putrida e infernale.
Ma noi vediamo solo strade quiete, quartieri residenziali magari non eleganti ma nemmeno infestati dal crimine. Un film di poliziotti senza criminali. E questo è curioso dato che gli stessi criminali sono vittime dalla anti-giustizia di Dave. Lui uccide, picchia, estorce e ruba, ma si sente perfettamente innocente.


Perché è così, dice, che vanno le cose. Strano. Strano soprattutto perché tutti coloro che lo circondano non fanno che indicargli i suoi crimini mentre lui scuote la testa stupito. Ma Dave è di un altro mondo, di un altro tempo, di un’altra morale: l’unica persona con cui ha un dialogo civile e, per così dire, normale è il corrottissimo ex-poliziotto Hartshorn, ormai vecchio, con cui parla, si confessa e si rapporta.
Con tutti gli altri c’è aggressività, odio, durezza. Ma Dave Brown è capace anche di dolcezza, una dolcezza tutta rude e virile, intrisa inevitabilmente di pregiudizio culturale e razziale.
Una mezza delusione, Rampart, considerato che fra gli sceneggiatori del film c’è il multiforme ingegno di James Ellroy, uno scrittore che non mi ha mai fatto impazzire, ma a cui va riconosciuto il merito che si è giustamente meritato come instancabile verista di genere, che ha dato nuova e più attuale forma al noir metropolitano.


Se ti è piaciuto guarda anche… - L.A. Confidential (1997) di Curtis Hanson, perché è il più nobile figlio di Casa Ellroy, perché è il più malinconico neo-noir mai scritto e perché Kim Basinger è bella da mozzare il fiato. Il braccio violento della legge (1971) di William Friedkin, perché anche se non ho mai veramente amato questo film, che è un classico, non si può che prostrarsi e adorare la performance di Gene Hackman, vero portento dello schermo cinematografico.Training Day (2001) di Antoine Fuqua, perché è duro e sporco e cattivo e perché c’è Denzel Washington al suo meglio, prima che si rovinasse con gli squallidi thriller d’azione in cui s’è ormai impantanato. Il cattivo tenente (1992) di Abel Ferrara, perché è puro vintage reduce di Cannes, perché l’accoppiata Keitel/Ferrara è qualcosa di magico e spiazzante, perché è un film duro, forte ma anche potente e profondamente autoriale.

Scena cult – La discoteca a luci rosse frequentata da un Dave ubriaco e drogato. Neon rosa, prostitute affascinanti e musica martellante fanno la sequenza più visivamente interessante di tutto il film.

Canzone cult - Lo sgargiante e rabbioso rap dei Delinquent Habits: Tres Delinquentes. Perfetta sinfonia urbana da barrio rabbioso e sovrappopolato.

giovedì 22 marzo 2012

BANGKOK DANGEROUS (1999), Oxide Pang Chun, Danny Pang

Thailandia, 1999
Regia: Oxide Pang Chun, Danny Pang
Cast: Pawalit Mongkolpisit, Premsinee Ratanasopha, Patharawarin Timkul, Pisek Intrakanchit
Sceneggiatura: Oxide Pang Chun, Danny Pang


Trama (im)modesta – Kong (Mongkolpisit) è un killer su commissione sordomuto, vive insieme al suo amico che l’ha introdotto al mondo degli hitmen, Jo (Intrakanchit), e di tanto in tanto si reca in un locale di spogliarellisti dove una donna, ex-fidanzata di Jo, di nome Aom (Timkul) comunica incarichi e fornisce pagamenti. Un giorno incontra e si innamora della bella farmacista Fon (Ratanasopha) e tutto sembra andare per il meglio fino a quando Aom viene violentata da uno dei bracci destri del boss di turno e Jo viene ucciso mentre tenta di vendicarla, incastrato dallo stesso boss a cui aveva chiesto aiuto.
Da questo punto, per Kong comincerà una sanguinosissima vendetta contro tutti quanti gli assassini (materiali e non) di Jo. E, parafraso il Bardo, tutto il resto è mattanza.


La mia (im)modesta opinione – Era il lontano 1992 quando Tarantino con Le Iene dimostrava che il gangster movie poteva essere riscattato dall’abisso di infamante e banalizzante popolarità in cui era caduto e poteva essere ancora originale, ancora creativo, ancora vitale. Da quel punto di rottura originario con la tradizione deteriore del gangster movie e poi, in modo molto più clamoroso e definitivo, dal monumento criminale Pulp Fiction, Tarantino e tutti i suoi epigoni (non necessariamente posteriori a lui ma che solo dopo di lui hanno trovata confermata la propria arte) hanno generato intere schiere di criminali violenti, nevrotici, totalmente originali nei modi e nei comportamenti. Questa figura rinnovata del criminale sui generis è stata poi al centro di numerosissime storie a dire il vero spesso piuttosto scontate ma tutte con più o meno merito a seconda del loro valore artistico.


Epigoni non solo di Tarantino ma anche di Kitano e John Woo, si fanno i fratelli Pang in questa sgargiante e pataccosa pellicola del ’99 che sarà oggetto di un tremendo remake all’americana, sempre a opera dei fratelli Pang, con protagonista Nicholas Cage. I padri spirituali del film, dunque, sono Tarantino, Kitano e Woo, quello artistico è uno: il grande Wong Kar Wai.

E il film dei Pang, si vede, è tutto preso nella pedissequa imitazione sia dell’amore dell’immagine di Wong Kar Wai sia della fascinazione per l’ibrido hard-boiled dei vari Tarantino e Kitano. Ma il limite principale di Bangkok Dangerous è proprio questo: tutto preso nella furia di replicare e ricostruire si dimentica di se stesso. Diciamolo pure: i Pang non hanno la nera e ribollente creatività di Tarantino, non hanno il furor malinconico di Kitano, non hanno l’amore per gli anfetaminici dinamismi di Woo e nemmeno per le emicranie cromatiche di Wong Kar Wai.


La loro cinematografia, almeno in questo film, si classifica come manierismo tutto esteriore e vuoto. Una vanità che è sì elemento caratterizzante del genere (in nessuno dei registi sopracitati sono presenti alti contenuti di natura moraleggiante o filosofica, ma solo genuina attitudine estetica e intellettuale) ma non è nemmeno tale da far sprofondare la storia in un abisso di neon, fermo immagine e dissolvenze in rosso.
Oltre agli interessanti titoli di testa con il sangue che si disperdeva colando nelle fughe del pavimento e qualche sequenza visivamente interessante, la struttura stessa del film comincia a collassare su se stessa a partire dall’inizio della trama vera e propria, circa a metà del film. 


Ci si rende conto, cioè, che la trama avrebbe potuto essere snellita o, al contrario, resa più solida (un preambolo tanto grande quanto metà dell’intera pellicola poteva far presupporre una trama veramente grandiosa). Appena la storia si infiacchisce, tutto il fascino estetico svanisce e i neon tornano a essere neon, le dissolvenze in rosso, dissolvenze in rosso e gli effetti cromatici solo effetti cromatici.
Quello che ne risulta è un film-patacca, chiassoso, stracarico, melenso e inutilmente aggressivo ma non privo di un certo fascino estetico, fascino che però fa presto a scomparire. 


Anche Kitano ha sempre usato, per esempio, le suggestioni del racconto eroico e del melodramma (ma dandogli un proprio vigore tutto orientale, virile e, in qualche misura, byroniano) nella sua narrativa ma mai è parso melenso, a differenza del film dei Pang che pare troppo esagerato, rutilante e imperdonabilmente vuoto. Un gioiello falso, dunque, che sembra sopra le righe perché ne è troppo al di sotto, un prodotto scintillante ma non di luce propria. Mi spiace, ma l’hard-boiled è altro.


Se ti è piaciuto guarda anche… - Le Iene e Pulp Fiction (rispettivamente 1992 e 1994) di Quentin Tarantino, perché Tarantino è un grande maestro che ha sintetizzato e coronato un intero genere cinematografico, modernizzandolo e rendendolo godibile e attuale. Léon (1994) di Luc Besson, perché è insieme poetico e muscolare, delicato e taurino. Brother (2000) di Takeshi Kitano, perché è una crime story asciutta ed essenziale, nostalgica come un western e violenta come un noir. Hard Boiled (1992) di John Woo, perché è l’ultimo film del primo e migliore periodo cinese di Woo, prima che si trasferisse negli USA (che gli hanno fatto perdere molto del suo smalto).


Scena cult – Il violento (sia fisicamente che artisticamente) stupro di Aom sul palco del locale a luci rosse da lei usato come punto di incontro con Kong.

Canzone cult – Non pervenuta.

 

mercoledì 21 marzo 2012

WOMB (2010), Benedek Fliegauf


Germania, Ungheria, Francia, 2010
Regia: Benedek Fliegauf
Cast: Eva Green, Matt Smith, Hannah Murray, Tristan Cristopher, Natalia Tena
Sceneggiatura: Benedek Fliegauf, Elizabeth Szasz


Trama (im)modesta – Quello di Rebecca e Tom è un amore innocente, infantile, quasi poetico. Un amore che viene spezzato sul nascere quando Rebecca dovrà partire per il Giappone, per vivere con sua madre. Dodici anni dopo, Rebecca torna nel villaggio della sua infanzia e incontra ancora Tom. Di nuovo il loro amore sta per sbocciare e di nuovo il loro amore è spezzato dalla tragica morte di Tom, travolto da una macchina. Ma Rebecca lo ama tanto da decidere di dargli una nuova vita: tramite un procedimento medico è possibile clonare le persone a patto di trovare una donna disposta a fare nascere il nuovo essere umano. Rebecca decide di clonare Tom e, ottenuto un frammento di DNA, si fa inseminare e partorisce un bambino che è il clone di Tom. Ma quanto può essere autentico questo amore?


La mia (im)modesta opinione – Da qualche anno, il genere fantascientifico, abbandonata la veste di baraccone chiassoso e rutilante assunta da Indipendence Day in poi, si è concentrato sugli effetti di una scienza ormai sempre più vicina al miracoloso e su come questi miracoli scientifici possano influire sul nostro modo di sentire e pensare.
Il caso di Rebecca è esemplare: dà alla luce un figlio che non è suo figlio ma il clone esatto dell’uomo che ama, si fa chiamare “Mamma”, accompagna il piccolo Tom lungo tutta la sua infanzia, ma il suo non è amore materno: è attesa speranzosa e dolorosa di un amore che lei impone a se stessa e agli altri, natura compresa.


Ma è la Natura la grande protagonista di questo film. Spazi interminati, orizzonti sconfinati, silenzi sovrumani rotti solo dal perpetuo e onnipresente sciabordare del mare, quiete profonda. I colori della fotografia sono i toni neutri e sbiaditi dell’azzurro e della sabbia. L’occhio del regista si perde nell’infinità di un orizzonte onirico e silenzioso. Un canto di amore al Mare del Nord, scelto dal regista proprio per il senso di galleggiamento ed eternità che trasmette.
Ed è anche lo scorrere del Tempo che il film esplora con reverenziale commozione. Un tempo che scorre secondo procedimenti nascosti e segreti, un tempo che fa apparire sulla spiaggia antichi animali che si ritenevano estinti, un tempo sempre uguale e ogni volta diverso che si riavvolge e poi torna indietro, si incarta e, infine, si incrina.


L’oggetto dell’indagine filosofica del regista è il rapporto fra le leggi di Amore e quelle di Natura. In tutta la pellicola sono presenti l’acqua e il mare, intesi come veicoli di vita primigenia e segreta, e se il mare non si può vedere ci sono oggetti che lo ricordano: il lontano mugghiare delle onde, la pioggia ma anche il colore blu di cui Rebecca è sempre ammantata e rivestita.
Un amore, quello di Rebecca, sconcertante e problematico. Screziato di incesto, morbosità e una larvata vena necrofila (il riportare in vita coloro che sono morti); la tacita relazione fra Rebecca e il suo figlio/amante perduto si dipana attraverso il tempo e la natura.


Ma non è solo una banale cotta quella che muove il personaggio di Rebecca a sacrificare vita e passioni alla relazione con Tom: è pure regressione all’infanzia perduta, espiazione di una colpa (quella di aver causato involontariamente la morte dell’amato), martirio interiore, passione di natura satanica.
E Rebecca è un vero concentrato di queste contraddizioni: da un lato santa e dall’altro inconsapevole diabolique, madre amorevole e amante gelosa. Il suo dissidio è anche il nostro, il suo dilemma è tanto enorme da diventare quasi universale. Ma se all’inizio ci si potrebbe aspettare un’esplorazione dell’amor morboso, il film ci costringe a ricrederci. La tematica diventa sfaccettata, complessa, insolubile. 


Un quesito filosofico posto in uno sfondo puramente simbolico: la casa sulla palafitta dove Rebecca porta Tom dopo che il resto della società li ha riconosciuti come individui contronatura (i cloni sono odiati, per il loro essere artificiali, quasi una perversione vivente che sfida con la sua stessa esistenza tutte le leggi della natura) non è altro che un grembo materno cosmico, isolato, senza tempo e dimensioni e ognuno che va via da questo grembo (la fidanzata del nuovo Tom e poi Tom stesso, dopo aver acquistato la dura consapevolezza del suo essere sia il Tom vivente sia quello morto, originario) lo fa perché ha acquistato una nuova consapevolezza di sé e del mondo ed è pronto a rinascere.


Su tutto questo domina la figura dai contorni quasi mistici di Rebecca, vera Madonna maliconica e silenziosa (ma anche la Madonna è stata protagonista di un evento miracoloso come la resurrezione e la nascita di una creatura quasi divina), autentica martire e Stella Maris, ardente e triste, crudele e amorevole nei suoi silenzi, nei suoi sguardi, nelle sue ansie e nelle sue paure.
Un gioiello di filosofia e naturalismo, quello di Fliegauf, che lontano dall’epica di The Tree of Life di Malick e dal poema sinfonico Melancholia di Von Trier (le cui domande sulla fenomenologia del mondo e della natura sono più o meno le stesse) imbastisce in un semplice e acutissimo lirismo il rapporto fra l’essere umano (creatura relativa e contraddittoria, strappata e tirata da ogni parte dai limiti della sua natura) e la Natura (assoluta, eterna e sublime).


Se ti è piaciuto guarda anche...The Tree of Life (2011) di Terrence Malick, perché è una commossa e stupefatta contemplazione di un Ideale puro, misterioso, che viene proposto allo spettatore in forma di pura e (eventualmente) incomprensibile intuizione a priori. Never Let Me Go (2010) di Mark Romanek, perché esplora il cuore dell’idea della clonazione come vero e proprio furto violento di identità e spiritualità. Antichrist e Melancholia (rispettivamente del 2009 e del 2011) di Lars Von Trier, perchè esplorano filosoficamente i meccanismi intimi di una natura vista come perversa e satanica e fanno porre inquietanti interrogativi sugli orrori della fecondità e del male. 


Scena cult – La definitiva e traumatica consumazione dell’amore incestuoso tra Tom e Rebecca.

Canzone cult – Può essere una canzone il rumore del mare?

martedì 20 marzo 2012

CORIOLANUS (2011), Ralph Fiennes


Regno Unito, 2011
Regia: Ralph Fiennes
Cast: Ralph Fiennes, Gerard Butler, Brian Cox, Vanessa Redgrave, Jessica Chastain
Sceneggiatura: John Logan (riadattamento dall’originale di Shakespeare)


Trama (im)modesta – In una Roma immaginaria, postmoderna, governata come una sorta di repubblica militare, in perenne guerra contro i Volsci, si distingue per le imprese belliche il generale Caio Marzio, detto Coriolano per l’eroica presa della città strategica di Corioli. Ma, tradito da politici che vedono di cattivo occhio la sua ascesa sociale e penalizzato da un’indole orgogliosa che lo rende inviso al popolo, viene esiliato. Cercando vendetta, si coalizzerà proprio con i Volsci e progetterà di prendere e distruggere Roma per vendicarsi dell’affronto.


La mia (im)modesta opinione – A quarantanove anni suonati, Ralph Fiennes ha deciso di intraprendere un’impresa cinematografica e artistica più che considerevole: portare sullo schermo un testo di Shakespeare (e una delle tragedie del Bardo più complesse e profonde per i suoi temi civili), imbastire una messinscena convincente e fare tutto ciò gestendo un cast di grandissimi attori (Gerard Butler è scivolato nella lista “grandi attori” per studiata distrazione, beninteso). E, seppure con i suoi limiti, ci riesce e tira fuori una signora opera prima abbastanza bella da meritarsi qualche Oscar ma non abbastanza per vincere qualcosa a Cannes (che negli ultimi anni è diventata l'unico festival del cinema che raccoglie i talenti più brillanti e autenticamente artistici), non per niente il film è stato presentato al Festival di Berlino.


Questo Coriolanus è una gran bella pellicola sotto parecchi punti di vista. In primo luogo le interpretazioni che (se eccettuiamo Gerard Butler, che è abbastanza al di sotto nella media, quantunque sia ben entrato nel personaggio) sono tutte di incredibile livello: dal grande Ralph Fiennes che fonde in un solo personaggio il patriota pentito, il soldato letale, il vendicatore divino e il rabbioso veterano di guerra, alla granitica Volumnia di una grintosissima Vanessa Redgrave che alla veneranda età di settantacinque anni sa affascinare in divisa militare in stile “Grande Dittatrice” seguiti a ruota dal monumentale Brian Cox e dalla sempre stupenda Jessica Chastain che ha una parte minuscola ma diciamo pure, con buona pace del maestro Stanislavskij, che non esistono piccole parti ma solo piccoli attori, e la Chastain è grande, grandissima.


Ma i talenti di Fiennes non si fermano qui: oltre a essere uno straordinario attore capace di impersonare alla perfezione ogni personaggio, è pure regista sensibile e anche se il suo stile risente di qualche imperfezione quasi del tutto trascurabile. Il film è diretto con mano ferma, elegante e virile, raffinata e rude. Omaggio pure alla fotografia livida e lattiginosa perfetta per ricreare l’atmosfera da paese devastato dalla guerra che ogni giorno abbiamo l’occasione di vedere dai nostri teleschermi.
Unica pecca: il fiorito testo di Shakespeare è spesso tagliato e rintuzzato con troppa audacia o avventatezza, momenti che meriterebbero maggiore estensione sono tagliati con troppa brutalità e, ovviamente, i mille riferimenti disseminati nel testo originale alla Roma repubblicana suonano stiracchiati e sforzati in un contesto che di antico non ha proprio nulla. È questo, inoltre, un grande punto di forza del film: la modernità.


La ricostruzione della guerra, degli sporchi affari politici, dei circhi mediatici, della plebe ignorante e presuntuosa: tutto è di una modernità sconcertante e pare parlare di questo nostro mondo moderno.
Ulteriore punto di forza (se non di merito) è il personaggio di Coriolano: figura originalissima, orgogliosa nella sua sensibilità aristocratica, radicata con ostinazione al proprio suolo, granitico e furente, uno che “da uomo, s’è fatto dragone” come dice nella tragedia il Menenio di Brian Cox.


Se ti è piaciuto guarda anche...Titus (1999) di Julie Taymor, perché è un’esperienza filmica unica che mescola Shakespeare a Fellini, condita da sequenze oniriche e costumi futuristici, perché l’inventiva artistica è senza fine e soprattutto perché Anthony Hopkins è qui al suo meglio. Macbeth (2006) di Geoffrey Wright, perché anche se l’opera non sa spiccare il volo, riportarla alla contemporaneità nel mondo criminale australiano contribuisce a darle una rinfrescata notevole e anche perché le tre streghe sono sexy studentesse che vandalizzano cimiteri (il che conferisce alla pellicola quella sfumatura trash che attizza parecchio). Il trono di sangue (1957) di Akira Kurosawa, perché è sempre bello anche se ormai un po’ agée e perché l’epica di Kurosawa è assolutamente unica e fragrante di antichi scenari sia naturali che spirituali. 


Scena cult – Il raptus di furia che Coriolano ha nel Foro della città. Autentico splendore attoriale.

Canzone cult – Non pervenuta.

IMAGO MORTIS (2008), Stefano Bessoni


Italia, Spagna, Irlanda 2008
Regia: Stefano Bessoni
Cast: Alberto Amarilla, Oona Chaplin, Geraldine Chaplin, Alex Angulo, Francesco Cornelutti
Sceneggiatura: Stefano Bessoni, Luis Berdejo


Trama (im)modesta – Assillato da visioni di un fantasma biancovestito, uno studente di cinematografia si imbatte in uno strumento ottico di nome tanatoscopio, macabro strumento che permette di uccidere una persona, cavandogli gli occhi e catturando l'ultima immagine che ha visto. Ma il tanatoscopio viene rubato e strane scomparse cominciano a susseguirsi, scomparse collegate con un misterioso film riguardante proprio la storia del tanatoscopio. Un film dalla storia oscura e maledetta.


La mia (im)modesta opinione – Ho recuperato a distanza di anni questo film che in virtù del suo essere indipendente, in virtù di una sceneggiatura vergata da una mano spagnola (si sa, gli iberici hanno talento negli horror eleganti) e soprattutto in virtù della mia attrice supercult Geraldine Chaplin avevo deciso di vedere con grandi aspettative.
Ma, si sa, le grandi aspettative nascono per essere deluse.


A parte lo spunto iniziale assai originale del tanatoscopio (una specie di macchina fotografica in stile Saw, l’Enigmista del Medioevo) che poteva essere un’arma del delitto nuova, interessante o comunque diversa dall’ormai trita motosega/machete/mannaia/arma bianca a caso e lo stupendo incipit che mostra in modo piuttosto scioccante l’utilizzo del tanatoscopio, il film si spreca sin dalle prime scene.
Nonostante un’ambientazione, un apparato tecnico (che fotografia stupenda!) e un cast tutto sommato non scadentissimo, il film che viene fuori pare una goffa imitazione di un qualche horror orientale che prende molto in prestito al primo (e migliore) Dario Argento. Nonostante la faccia sia quella giusta, l’interpretazione di Alberto Amarilla è languorosa e svenevole. La sceneggiatura, come già detto, parte da spunti brillanti ma poi comincia a fare acqua da tutte le parti (personaggi che scompaiono, cadaveri di cui nessuno si accorge) e la mano registica di Bessoni solitamente ferma e formalmente elegante comincia a farsi goffa nelle scene di “paura” (se imbrattare la faccia di un ragazzino con la farina vuol dire far paura, beninteso) e si spreca in un montaggio troppo convulso e, soprattutto, confuso.


Come poi capita alla maggior parte degli horror moderni, lo scioglimento è noioso e scontato e, se mi si concede, pure con una punta di lieto fine in stile “macabra Disney” che farà storcere il naso a tutti gli amanti dell’horror duro e puro (no, non mi riferisco allo splatter).
Ma ci sono anche delle note positive. Oltre alla fotografia da brividi (nel senso migliore del termine) perfettamente buia e algida, spicca la figura della divina Geraldine Chaplin combinata sì come un quadro antico ma capace di caratterizzare un personaggio dandogli quell’aria spettrale e allampanata che a questo genere di film non fa mai del male. Deliziose anche le citazioni sparse qua e là nella pellicola, su tutte lo pseudonimo di uno degli studenti “Murnau” (come il regista del primo e iconico Nosferatu) e il soprannome affibbiato al magnifico rettore dell’università Caligari (come il film-manifesto dell’espressionismo tedesco).


Ma questi bagliori non certo rari ma assai tenui fanno presto a scomparire sotto l’odiosa interpretazione di Amarilla e la sceneggiatura un po’ vuota, un po’ evanescente mai rinvigorita da slanci di puro genio autoriale.
Nonostante tutto, però, ho deciso di dare una nuova chance a Bessoni: il suo ultimo lungometraggio Krokodyle (2011) pare promettere bene nel suo essere un pastiche di autori tanto diversi fra loro come Gondry e i fratelli Pang.


Se ti è piaciuto guarda anche...Quattro mosche di velluto grigio (1971) di Dario Argento, perché ha ispirato in parte il film (la storia del tanatoscopio) ma è puro e stilosissimo Argento d’annata. The Orphanage (2007) di Juan Antonio Bayona, perché anche se non è un grandissimo horror è intelligente e in più c’è la divina Geraldine Chaplin nella parte di fantasmatica medium. L’uomo senza sonno (2004) di Brad Anderson, perché anche questo film è buio e freddo, si sente la puzza di cospirazioni e perché l’interpretazione di Bale è degna di un cult assoluto. Shutter Island (2010) di Martin Scorsese, perché anche se non è un horror propriamente detto è giocato sulle stesse atmosfere del film di Bessoni e, anche qui, le cospirazioni si toccano con mano.


Scena cult – Il tremendo incipit in cui lo scienziato Fumagalli (degno della migliore pittura fiamminga) uccide ex abrupto una fanciulla nel suo allucinato e macabro laboratorio di alchimista. Un vero e proprio quadro in movimento.


Canzone cult – Non pervenuta

lunedì 19 marzo 2012

LA CADUTA DEGLI DEI (1969), Luchino Visconti


Italia, Germania 1969
Regia: Luchino Visconti
Cast: Helmut Berger, Dirk Bogarde, Ingrid Thulin, Helmut Griem, Charlotte Rampling
Sceneggiatura: Nicola Badaluccio, Enrico Bedioli, Luchino Visconti


Trama (im)modesta – Quella dei Von Essenbeck è una potente casata di ricchi industriali siderurgici, arricchitisi con la Prima Guerra Mondiale che assistono alla rapida e inesorabile ascesa al potere di Hitler. Il clan Von Essenbeck è alquanto variegato: si va dall’eccentrico Martin (Beger), alla femme fatale Sophie (Thulin) e al di lei mediocre (e borghese) marito Friederich (Bogarde). Al quadretto si aggiungono Elisabeth e Herbert (Rampling e Orsini), oppositori del nazismo. Dopo il colpo di stato del nazismo e l’omicidio del patriarca della famiglia, Joachim, inizierà una spietatissima lotta per il potere all’interno del clan che si intreccerà con gli eventi più drammatici legati ai crimini più atroci perpetrati dal nazismo, nel film impersonato dall'ufficiale della Gestapo Aschenbach (il biondissimo Helmut Griem).



La mia (im)modesta opinione – Grande, lungo, epico film, quello di Visconti, forse uno dei più grandi della sua carriera assieme a Ludwig e Morte a Venezia. La storia della saga familiare è sviluppata come una epopea epico-borghese che vede il personaggio di Helmut Berger come mattatore assoluto, vero antieroe che domina con la forza della sua follia il complicatissimo quadro di vicende che si intrecciano per tutta la lunghezza del film.
Il nazismo è parte integrante della storia ma è, in qualche modo, reso marginale, come uno sfondo lontano, invisibile compagno di efferatezze di tutti i membri della stirpe Essenbeck. La discesa all’inferno di un solo, satanico, personaggio che porterà al disgregamento e alla distruzione di un’intera comunità umana. Una discesa guidata non tanto dalla sete di potere personale (Martin non cerca di dominare e, quando finalmente ottiene il potere assoluto, lo cede alla potenza nazista) ma come da un desiderio forte di distruggere legami personali, civili e affettivi.


 È dunque Martin von Essenbeck il perno attorno a cui si muove tutta la sontuosa messinscena del film che, a differenza di molti film storici, evita una visione moralizzante o nozionistica e predilige di vedere l’intera vicenda del clan dei Von Essenbeck da un’angolatura estetizzante e filosofica. La Storia può essere strumentalizzata per assoggettare e manipolare. Gli eventi della storia umana non solo sono lo sfondo delle azioni dei protagonisti ma ne diventano quasi i punti di svolta.
Come dimenticare la lunghissima, orgiastica e, in qualche misura, onirica sequenza della Notte dei Lunghi Coltelli che vide i reparti delle SA, oppositori del regime nazista, brutalmente sterminati dopo un selvaggio festino a base di alcool e sesso da parte dei fedelissimi di Hitler.


Un film che,  come già detto, non vede la Storia  come fatto da ricostruire ma come strumento di manipolazione e violenza nelle mani dei potenti membri dell'influente clan Von Essenbeck.
Capiamo questo anche dalla direzione artistica del film che sceglie una fotografia attentamente lumeggiata, attraversata da sprazzi di colore innaturali, un make-up spesso grottesco e costumi stravaganti, specie per il feroce personaggio di Helmut Berger che ci viene presentato mentre canta vestito da ballerina una canzone del repertorio della Dietrich e ci lascia con indosso l’uniforme nera delle SS.
E oltre agli altri personaggi che, si capisce presto, sono di mero contorno che sono affascinanti sì (la coppia fatale Sophie e Friederich con le loro trame e i loro complotti, la bellezza mozzafiato di Elisabeth) ma non dominano la scena come il Martin von Essenbeck di Helmut Berger che ci regala una delle sue interpretazioni più incredibili: da mellifluo damerino molto reminescente dei personaggi di Proust a stupratore feroce, da amante disperato a pedofilo e incestuoso senza rimpianti. 


E se all’inizio del film Martin prende questo suo desiderio di corrosione di legami e convenzioni come un divertente passatempo, in seguito raffina la sua arte, sprofonda nella follia. È pedofilo (ma questo si capisce già dall’inizio) e spinge al suicidio una bambina che ha violentato, è incestuoso (si unisce alla sua stessa madre in una scena superba per onirismo e scavo psicologico in cui Sophie von Essenbeck è violentata ma non oppone una vera resistenza) e, in generale, usa l’amore e la sessualità per sottomettere, umiliare e pure uccidere. Anche il matrimonio finale, tanto agognato da Sophie e Friederich, rappresenterà il grottesco e pauroso culmine della vittoria di Martin su tutta la famiglia.
L’epitome di un male profondo (Martin è una sorta di simbolo di una gioventù che prova disgusto per la morale antica e i suoi alleati sono un suo coetaneo generale delle SS e il giovane Gunther Von Essenbeck, che è spinto dall'odio verso il padre, una sorta di trinità diabolica) che corona un’autentica architettura di male e dolore morale ed esistenziale. Una macchina che distrugge e degrada e non prova pietà né rimorsi.
Ma tutto ciò è molto più semplice di quanto appaia: è Martin/Satana che incorona se stesso.


Se ti è piaciuto guarda anche… - Ludwig (1973) e Morte a Venezia (1971) di Luchino Visconti, perché sono capolavori assoluti, must autentici per ogni cinefilo, perché rappresentano il culmine stilistico della carriera del regista. Bastardi senza gloria (2009) di Quentin Tarantino, perché è un’altra esplorazione del nazismo come Male in tutte le sue pieghe e perché, anche se è il Tarantino che mi è piaciuto di meno, ogni Tarantino va visto religiosamente. Salon Kitty (1976) di Tinto Brass, perché è un capolavoro di nazismo/erotismo e perché la deformazione in senso boccaccesco della simbologia nazista mi è sempre piaciuta nel suo essere grottesca. Riccardo III (1995) di Richard Loncraine, perché Ian McKellen è un grandissimo attore, perché portare Shakespeare ai tempi di uno pseudo-fascismo anni ’20 è una genialata assurda.


Scena cult – L’allucinata, estenuante, passionale Notte dei Lunghi Coltelli. Autentico baccanale moderno, con tutta la precisione del documentario e tutta la potenza estetica dell’opera d’arte.

Canzone cult – La canzone/parodia con cui un Helmut Berger en travesti omaggia la grandissima Marlene Dietrich de L’angelo azzurro.

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