martedì 30 aprile 2013

THE FOLLOWING, Stagione 1 (2013), Kevin Williamson


USA, 2013
Regia: Marcos Siega, Liz Friedlander, Henry Bronchtein, Phil Abraham, Nick Gomez,  Joshua Butler, Adam Davidson, David Von Ancken, Nicole Kassell
Cast: Kevin Bacon, James Purefoy, Natalie Zea, Shawn Ashmore, Valorie Curry, Nico Tortorella, Annie Parisse, Kyle Catlett
Sceneggiatura: Kevin Williamson, Adam Armus, Kay Foster, Rebecca Dameron, Shintaro Shimosawa, Seamus Kevin Fahey, Amanda Kate Shuman, David Wilcox, Vincent Angell


Trama (im)modesta – Dopo poco meno di dieci anni di prigionia, il serial killer Joe Carroll evade di prigione, dopo aver massacrato sei guardie carcerarie. L’ex-agente FBI Ryan Hardy, che l’aveva catturato la prima volta, tenendosi un peacemaker e una cicatrice sul petto come ricordo, viene richiamato in servizio. Il quadro è più complicato dalla presenza della ex-moglie di Carroll, Claire, che con Hardy aveva intrecciato una relazione amorosa. Quando Carroll viene riarrestato tutto pare essere tornato alla normalità, ma gli omicidi continuano. Verrà poco a poco fuori l’esistenza di un culto di seguaci di Carroll, trovati dopo anni e anni di visite in carcere e affiliazioni a milizie di guerriglieri, che si muovono secondo un certo percorso sconosciuto alle autorità. E quando il figlio di Carroll verrà rapito dai suoi seguaci la trama s’infittirà come non mai. Quale è il piano di Carroll? E chi sono i suoi seguaci, che paiono essere infiltrati in ogni dove?


La mia (im)modesta opinione – Come posso descrivere in poche righe The Following? Non l’adoro come fanno altri, né la serie ha motivi per farsi adorare: trama pedestre e confusa, evidente deficienza stilistica, improbabili impennate narrative. Diciamo solo che seguire The Following vuol dire allenare la nostra incredulità, più che a restare sospesa, a rimanere in lunghissima apnea. Nulla di quello che succede sullo schermo è pur minimamente verosimile, la trama (che vorrebbe essere così ampia) è grossolanamente impalcata e fa acqua (o sangue) da tutte le parti. La serie è sciocca, infantile, abnorme; eppure, come i feuilletons francesi che tanto ricorda (più che Kevin Williamson pare che il creatore della serie sia stato Alexandre Dumas), The Following è spazzatura televisiva che si fa guardare e che, alla fin fine, fa desiderare allo spettatore di voler sapere che succede nella puntata successiva.


Chiariamoci, circa a metà della serie anche io avevo pensato di lasciarla perdere: ci mancava solo che gli alleati di Carroll annoverassero fra le loro armi un drago e il bastone di Gandalf e che l’FBI arrivasse sulla scena del crimine sopra l’Enterprise. Una fantasia troppo libera, che facilitava più del lecito il lavoro agli sceneggiatori, lasciando peraltro svariate questioni non concluse. E improbabile non è tanto il singolo colpo di scena che ricorre di tanto in tanto, quanto l’intera idea di un culto di serial killer fanatici come talebani, armati come un esercito, con computer e sofisticate armi d’assalto, che vivono nel lusso d’una magione di campagna mentre l’intera polizia federale gli va dietro. Banalissima e scontata è la storia, al punto che basta un qualunque habitué per vedere a cento metri le sorprese e per vedere negli altri colpi di scena abusatissimi espedienti narrativi fra i quali primeggia uno stragonfiato deus ex machina che finisce, a un certo punto, col perdere credibilità.


Ma la serie si fa guardare, e nonostante episodi totalmente riempitivi, passaggi imperdonabilmente fumosi e un eccesso di fiducia richiesto allo spettatore, si fa apprezzare. Si fa apprezzare per la profondità con cui una manciata di personaggi, supportati da ottimi attori, riesce a emergere dalla folla di comparse che popola le scene del serial. I primi due sono i protagonisti: Ryan e Carroll, due antieroi violenti, disturbati, distrutti chi dalla vita (e dall’alcolismo) e chi dalla follia che combattono su due opposti fronti; basti dire che con The Following Kevin Bacon sembra aver trovato il personaggio della propria vita, tanto gli calza a pennello il volto e lo spirito dell’agente Hardy. Non lo stesso si potrebbe certo dire per James Purefoy che riesce però a trovare la propria dimensione solo negli episodi finali della serie e, per tre quarti degli episodi, pare la copia macellaia di Hannibal Lecter. Ma laddove il dottore cannibale era un uomo di gusto squisito, il nostro Carroll manca tragicamente in arguzia e conoscenza, come anche in brutalità. Solo negli episodi finali vediamo il personaggio maturare veramente – e nemmeno si può dire che maturi eccessivamente tardi...


Le altre quattro rivelazioni assolute della serie rispondono al nome di Shawn Ashmore, Nico Tortorella, Valorie Curry e Kyle Catlett, rispettivamente il collega di Ryan, due seguaci di Carroll e il figlio di quest’ultimo. Ognuno dei quattro attori crea un personaggio assolutamente originale e sbozzato se non con finezza, almeno con grande precisione. E se da uno come Ashmore potevamo aspettarcelo, la vera sorpresa viene da Nico Tortorella che pareva solo un belloccio piantato lì a far vedere il bel faccino, dalla camaleontica Valorie Curry (che spereremmo di vedere in un film di più ampio spessore) che alterna vezzi di ragazza della porta accanto a scatti di inquietante efferatezza, e dalla rivelazione assoluta Kyle Catlett che, sebbene la giovanissima età, è già un attore di strabiliante bravura e forse uno dei migliori personaggi che gli autori sono riusciti a dipingere.


Il verdetto finale su The Following? Guardatelo e guardatevene. Non fatevelo piacere troppo perché sarebbe sporcarsi le mani, ma apprezzatelo, divertitevene e godetevi il giro di giostra di questa prima, troppo lunga, stagione che, proprio come una giostra che non vuol saperne di fermarsi, intrattiene prima, nausea poi ma, in quale modo, soddisfa. Un polpettone americano, dunque, totalmente diverso da altri prodotti che circolano adesso come il raffinatissimo Hannibal (per quanto conservi le sue evidenti manchevolezze di serie) o il più giovanile Bates Motel. E ormai non ci resta che attendere la seconda stagione (che guarderò: ormai devo capire come va a finire la storia, anche se già lo sospetto grandemente) in arrivo l’anno prossimo, un po’ con malavoglia, un po’ con entusiasmo.


Se ti è piaciuto guarda anche... – Ma ovviamente il torbidissimo e iperstiloso Hannibal (2013) di Bryan Fuller, il più disimpegnato Bates Motel (2013) creata da Carlton Cuse, Kerry Ehrin e Anthony Cipriano, abbiamo poi The Killing (2011) di Veena Sud, recentemente rinnovato per una terza stagione e poi la serie Haven (2010) di Sam Ernst e James Dunn. Quanto a riferimenti filmici, richiamiamo al grande classico Il silenzio degli innocenti (1991) di Jonathan Demme, il mitico Seven (1995) di David Fincher, il debole ma efficace dramma psicologico Mr. Brooks (2007) di Bruce A. Evans, Assassini Nati (1994) di Oliver Stone, ci sono poi le altre buone prove Surveillance (2008) di Jennifer Chambers Lynch, il Behind the Mask (2006) di Scott Glosserman.


Scena cult – Senza dubbio i veri colpi di scena degli ultimi tre-quattro episodi, insieme al triangolo creato dai personaggi di Nico Tortorella, Valorie Curry e Adam Canto.

Canzone cult – Non pervenuta.

4 commenti:

  1. Devo ancora vederla, ma provvederò a breve anche solo per averne un personale punto di vista. ;)

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  2. Dall'esaltazione iniziale a visione che ci sta, senza troppe pretese. Davvero grossi buchi di sceneggiatura ma sì, hai ragione, si vuole sempre sapere dove andranno a parare!

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    1. In fondo Williamson è sempre Williamson.

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