sabato 25 gennaio 2014

PRISONERS (2013), Denis Villeneuve


USA, 2013
Regia: Denis Villeneuve
Cast: Hugh Jackman, Jack Gylenhaal, Paul Dano, Melissa Leo, Viola Davis, Terrence Howard, Maria Bello
Sceneggiatura: Aaron Guzikowski


Trama (im)modesta - È il Giorno del Ringraziamento. Due famiglie sono riunite insieme per la cena. Tutto pare andare per il meglio fino a quando le due figlie minori, Joy e Anna, scompaiono nel nulla. Un camper sospetto viene visto nella zona, quando la polizia lo va a cercare vi trova dentro Alex Jones, un minorato mentale che viene fermato e interrogato, senza risultato. Ma Keller, il padre di Anna, non è convinto della versione di Alex, lo rapisce e prende a torturarlo per strappargli la verità sulle sue figlie. Nel frattempo, sulle tracce delle bambine si mette il detective di Loki, che scoprirà una verità più terribile dietro quei crimini.


La mia (im)modesta opinione – Una storia americana fatta da un canadese. Il thriller dell’anno? Con ogni probabilità. Denis Villeneuve ancora una volta (l’aveva già fatto nello splendido Polytechnique e in La donna che canta) prende ad ispirazione gli stilemi del mystery, del dramma ispirato alla cronaca nera per raccontare di un malessere, di una disillusione. Se in Polytechnique si studiavano le dinamiche di un massacro e in La donna che canta era l’orrore della guerra ad essere esaminato, Prisoners fa un passo avanti: non solo racconta la fenomenologia della crudeltà, della tortura e dell’imprigionamento, ma dipinge anche una metafora. Come non potrebbero tornare alla mente, vedendo le torture di Keller Dover al sospettato Alex Jones, gli orrori di Guantanamo Bay e le sevizie inferte ai detenuti politici?


Come Keller, l’America, forte della sua fede e dei suoi valori, non esita a commettere i peggiori reati, a scendere nella sevizie credendo di proteggere i propri figli. È facile notare come l’indagine del detective Loki (bravissimo Jake Gylenhaal) arrivi alle stesse conclusioni di quella personale di Keller Dover. Ma dove uno, rappresentante della legge, riesce a riaggiustare i cocci della famiglia distrutta, l’altro, privato cittadino, giunge alle stesse conclusioni con il più immorale dei mezzi (la sevizia di un innocente). La condanna al comportamento di Keller è evidente: aggredisce il suo stesso figlio maggiore, lascia che la propria moglie venga schiacciata dalla depressione, permette che la sua casa venga violata. Gli autori del film non sanno nemmeno se salvarlo oppure no, il dubbio della sua sopravvivenza permane fino all’ultimo secondo della pellicola.


Prisoners sarà pure il miglior thriller della scorsa annata, ma non è certo il miglior film di Villeneuve. Molti danno la colpa all’eccessiva durata, alla storia complessa. Non credo sia vero. Più ragionevoli mi paiono le critiche ai pesanti sottesi religiosi che possiede la storia. La croce è elemento onnipresente (nelle case, sulle dita tatuate di Loki, al collo di Keller Dover), il film si apre con la recita di un Padre Nostro che viene ripetuto, più tardi, senza possibilità di essere completato, si allude agli oscuri maneggi dei sacerdoti, un cadavere connesso proprio a un sacerdote è l’indizio-chiave dell’intera vicenda. Non parliamo poi dei serpenti, presenti in una memorabile e suggestiva scena di tensione. Un didascalismo ben dipinto ma male organizzato, troppo poco sottile e aderente alle vicende.


Per il resto Prisoners si classifica come un dramma teso e cupo, inquietante in certi punti che trionfa come novella morale e come prova di recitazione per l’intero cast di stelle capitanato da un monumentale Hugh Jackman, che si è davvero lasciato i passati errori alle spalle (cito l’ultimo Wolverine e l’orrendo Real Steel) per dare l’anima a un personaggio forse sopra le righe ma umanissimo e assai profondo. La fotografia opaca e intirizzita, la bella colonna sonora contribuiscono a fare di Prisoners un film elegante e forte, denso di spunti, un mystery coerente che forse un autore meno talentuoso avrebbe rovinato. Da non perdere.


Se ti è piaciuto guarda anche... – Il pensiero va subito allo stupendo Gone Baby Gone (2007) di Ben Affleck e Un gelido inverno (2010) di Debra Granik. Affine raffinatezza nel trasformare un dramma poliziesco in un dramma umano possiedono Niente da nascondere (2005) del grande Michael Haneke e Mystic River (2003) di Clint Eastwood. Abbiamo poi l’ottimo Alpha Dog (2006) di Nick Cassavetes e i classici Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen e Anatomia di un rapimento (1963) di Akira Kurosawa.


Scena cult – La tortura della doccia, i serpenti nascosti nelle valigie, lo svelamento finale.

Canzone cult – Non pervenuta.

3 commenti:

  1. nonostante abbia adorato pure i suoi precedenti, secondo me è il migliore di villeneuve.
    qui la sceneggiatura è semplicemente perfetta e tutto funziona alla grande, anche perché a me è parsa più evidente una chiave di lettura politica sugli usa di oggi che non tanto quella religiosa, pur presente.

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    1. Vero, come Drive per il lavoro di Refn, questo è il "migliore" nel senso che s'incontrano lo stile personale del regista con un'estetica più mainstream che consente di apprezzarlo meglio, dandogli più organicità.
      Come ogni thriller, questo, è avventuroso, a volte un po' mirabolante. I precedenti di Villeneuve erano più realistici e aderenti, tutto qui.

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